Un anno dopo

Il 6 aprile 2009, alle 3.32 del mattino, la terra ha tremato investendo la città de L’Aquila e i tanti paesi intorno. Pochi secondi dopo le apparecchiature della sala operativa di monitoraggio sismico dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di via Vigna Murata in Roma registravano quello stesso terremoto in atto.
di Carmine Flamminio
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’INGV  è formato da tanti giovani scienziati i quali hanno vissuto il dramma del terremoto da un punto di vista insolito, fisicamente meno doloroso, ma comunque straziante.Sono coloro che hanno fornito ai soccorritori le esatte coordinate dell’epicentro e che successivamente si sono catapultati sul territorio aquilano per analizzare gli effetti del sisma e posizionare sismografi mobili lungo tutta la faglia di Paganica così come nei centri storici dei paesi colpiti. Antonio Piersanti, direttore del dipartimento di sismologia, che si occupa dell’analisi dei dati, racconta ancora oggi con emozione come le vite di tanti scienziati siano cambiate il 6 aprile 2009.

“Per intere settimane abbiamo vissuto accampati in istituto 24 ore al giorno. L’istituto, che stava già seguendo con attenzione e preoccupazione la sequenza sismica nell’aquilano, alle 3.30, quando c’è stata la scossa peggiore, ha reagito immediatamente”.

Il 6 aprile 2009 la reazione è partita dalla sala operativa dell’istituto, una vera e propria unità di crisi, costantemente presidiata da diversi ricercatori i quali verificano e controllano i dati provenienti dai sismografi della rete nazionale. Oggi il territorio aquilano continua a essere sordamente scosso da sequenze sismiche di minore entità, ma costanti. Per questo motivo l’attenzione non può diminuire. questo è il motivo per cui molti scienziati si recano ancora oggi all’aquilano per osservare e misurare la faglia che si è aperta nei pressi di Paganica. Sono ricercatori, stagisti e tecnici, molto spesso con contratti atipici. Uno per tutti, Stefano Pucci, giovane geologo specializzato in geologia dei terremoti e tettonica attiva, da più 12 anni lavora presso l’INGV con contratti a tempo determinato. Come lui ci sono tanti ricercatori che vivono quotidianamente frustrati dalla stessa precarietà.
L’INGV ha quasi il 50% di personale in questa condizione, e molti sono scienziati di fama internazionale. Scienziati di 40 anni con famiglie sulle spalle che vivono con stipendi da 800 a 1200 euro al mese, naturalmente precari. È chiaro che in questa situazione di estremo disagio e sofferenza tutto diventa più difficile e la ricerca procede con estrema lentezza. Oggi sarebbe indispensabile far leva sulla ricerca per rafforzare e rendere strutturale la qualità e la quantità della produzione scientifica italiana, un bene inestimabile. L’esperienza dell’INGV, come quella di tanti altri centri di ricerca nazionali, dimostra il fatto che il potenziale creativo e culturale del nostro Paese c’è ed è di alta qualità, ma va necessariamente consolidato con interventi strutturali quali una seria e condivisa riforma dell’istruzione e un considerevole aumento degli investimenti nel settore scientifico.

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3 Comments

  1. immagini semplici, ma d’azione e esplicative.
    se ne riconosce il dramma che ancora non può dirsi passato, accompagnato dalla drammatica situazione che devono vivere gli scienziati ch si stanno dedicando alla questione… e il fatto è che in Italia spesso gli stanziamenti decisi sono diretti solo alla creazione di strutture che saranno solo testimonianza di spreco economico e mafioso…
    e intanto il Popolo soffre e viene sempre meno preso in considerazione il suo benessere psicologico/morale/economico di cittadino italiano.

    Antulla

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